E’ notizia di ieri il fatto che il giornalista Nicola Porro sia stato assolto (dopo sette anni) dal famoso “caso Marcegaglia”.
Giusto per ricapitolare la storia: il vice direttore de “Il Giornale” parlando con l’addetto stampa dell’allora presidente di Confindustria Emma Marcegaglia disse scherzosamente che stavano per spostare i “segugi” de Il Giornale da Montecarlo (per la famosa questione della casa del cognato di Fini) a Mantova per indagare sugli affari della Marcegaglia.
Il telefono di Arpisella era sottoposto a intercettazione per un’indagine (finita nel nulla) sulla stessa Marcegaglia e quindi, a seguito di questa telefonata e delle successive dichiarazioni della presidente di Confindustria, il buon Porro venne indagato.
Ieri (dopo sette anni) il giornalista è stato assolto per non aver commesso il fatto.
Messa così sarebbe il solito caso di giustizia con la g minuscola, quello che però nel caso di specie fa sollevare qualche domanda è l’atteggiamento dei colleghi di Porro che, alla nascita del caso, si lanciarono contro “la macchina del fango” del giornalismo becero della Destra manganellatrice, mentre adesso, ad assoluzione avvenuta, si guardano bene di pubblicare anche solo un trafiletto a pagina 20.
In questo senso si distinse il Savonarola della carta stampata Marco Travaglio che accusò Porro di “sguazzare nella merda” (e detto da uno che fa un giornale per il 90% basato sulla stessa materia fa abbastanza ridere) mentre adesso non sente la necessità di pubblicare la notizia dell’avvenuta assoluzione. Evidentemente per Marco Manetta sono più “Fatti” i teoremi dell’accusa (o di qualche industriale di poco acume) piuttosto che le sentenze quando sono di assoluzione.

