Domenica prossima ci sarà il tanto pubblicizzato referendum anti trivelle. L’argomento non mi appassiona molto visto che, per quanto mi riguarda, i referendum dovrebbero essere limitati alle scelte di indirizzo generale o di impatto sociale, non certo a situazioni limitate e specifiche come la proroga (o meno) delle concessioni alle piattaforme attualmente operanti entro le 12 miglia dalla costa (circa 22 chilometri).
In ogni caso ho provato a farmi un’idea e, al netto della propaganda, mi sembra chiaro che l’unica scelta possibile sia andare al mare, piuttosto che inserire la scheda nell’urna.
Sono giunto a questa conclusione per una serie di ragioni che cerco brevemente di riepilogare:
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Il referendum non punta a vietare nuove trivellazioni all’interno delle 12 miglia (visto che sono già vietate per legge) ma a interrompere l’attività delle piattaforme attualmente operanti, l’interruzione non avverrà immediatamente ma alla scadenza delle varie concessioni in un periodo compreso tra 2 e 34 anni. Insomma per vedere l’effetto del voto si dovrà aspettare il 2050.
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Tra personale direttamente impiegato nelle piattaforme e indotto i sindacati di categorie stimano in 30,000 le persone a cui questa attività dà lavoro. In un periodo come questo proporre di chiudere un’attività produttiva come questa mi sembra assurdo
La tassazione in Italia sulle attività petrolifere è in media del 63,9% e di sole royalties lo stato italiano ha percepito nel 2015 352 milioni, 38 dei quali da estrazioni in mare. -
Le piattaforme coinvolte in questo referendum sono circa 92, di cui 82 attualmente operanti, estraggono principalmente gas metano (circa l’80%) che copre il 3% del fabbisogno italiano. Quindi il rischio di ondate di petrolio e cormorani impregnati di greggio sono quantomeno fuorvianti.
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L’unico incidente rilevante avvenuto su queste piattaforme è datato 1965 (41 anni fa) e accadde in fase di installazione della piattaforma Paguro al largo di Ravenna dove avvenne un’esplosione che causò la morte di tre operai ma nessun versamento in mare o danno ecologico.
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In compenso negli ultimi 25 anni ci sono stati 27 incidenti con danni ambientali tutti causati da petroliere / gasiere. Quindi l’eventuale abbandono delle piattaforme incrementerà il rischio di incidenti invece di diminuirlo visto che l’approvvigionamento di petrolio e gas non più proveniente dalle piattaforme dovrà essere importato via nave o incrementando le forniture a mezzo oleodotto da paesi particolarmente “complicati” come Algeria, Libia o Russia.
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In aggiunta a quanto sopra, se decidessimo di importare gas senza l’utilizzo dei gasdotti bisognerebbe prevedere la creazione di rigassificatori, stabilimenti visti come il fumo negli occhi dagli ambientalisti (e dalla cittadinanza).
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Il momento più pericoloso per quello che riguarda gli incidenti è in fase di installazione e smantellamento della piattaforma, non in fase operativa.
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E’ la prima volta che un referendum abrogativo viene richiesto dalle regioni, caso strano tra le regioni richiedenti non c’è l’Emilia Romagna che ospita il maggior numero di piattaforme mentre è presente con grande visibilità il governatore della Puglia Emiliano nel cui mare non è presente nessun impianto estrattivo. Ce n’è abbastanza per sospettare un fine politico più che di interesse ideale ?
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La bolletta energetica italiana è oltre i 30 miliardi di euro l’anno, il costo per kW è quasi il doppio degli altri paesi europei. Rinunciare anche solo a un 4% di produzione locale mi sembra un suicidio.
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L’Italia è uno dei paesi europei con la maggiore quota di produzione da fonti rinnovabili, ed ha già raggiunto l’obiettivo del 17% stabilito dall’UE per il 2020. Per raggiungere questo traguardo lo Stato italiano ha sovvenzionato i produttori di energie rinnovabili con 12 miliardi di euro. Mi sembra che come soldi pubblici investiti nella cosiddetta green economy non possiamo lamentarci (o forse si ?).
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Per quanto riguarda l’idroelettrico sono praticamente già stati sfruttati tutti i bacini montani, per cui a parte considerare la creazione di invasi artificiali (con la conseguente sparizioni di vallate, probabilmente abitate) non è possibile prevedere un incremento di produzione. Senza contare che il più grande disastro collegato alla produzione di energia in Italia è legato proprio all’idroelettrico con la tragedia del Vajont.
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I parchi fotovoltaici producono una quantità risibile di energia, richiedono grandi spazi e hanno il grande difetto di funzionare solo quando c’è il sole, quindi niente notte o giornate nuvolose.
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L’eolico richiede l’installazione di pale altissime, poste in luoghi in cui ci sia un vento costante e di grande intensità, peccato che i territori con queste caratteristiche in Italia (Sardegna, Sicilia, Calabria e una parte della Toscana) non siano proprio favorevoli a far “deturpare” il loro paesaggio turistico da questi giganti industriali.
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Una fonte di cui siamo pieni, e che anzi ci crea grossi problemi, ci sarebbe: la spazzatura. Peccato che per poter produrre energia a partire dai rifiuti sono necessari i termovalorizzatori, cioè il demonio per gli ambientalisti duri e puri e anche per qualche forza politica che sul no ai termovalorizzatori a vinto anche delle elezioni locali.
Mi sembra che ce ne sia abbastanza per evitare di partecipare a quest’ennesimo spreco di soldi pubblici a fini propagandistici.



